La finola: la bastarda della canapa sativa light. (Cap. 0)

Questo è un articolo prologo.

Creerò una sezione dedicata alla canapa light, il vero boom di quest’anno, e vi parlerò di tutte le mie esperienze fatte con la varietà finola, prima della famiglia ad entrare nelle mie grazie (si fa per dire).

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A presto!

 

Baci arditi

Raccontami di quando, nuda, andavi

Lontano dalle corde della vita

Correvi per i prati che adoravi

La libertà non era mai finita

Raccontami la corsa sul cavallo

Quando il tuo amore non viveva in stallo

E il cavalier che sempre ti reclama

Ancora oggi dice che ti ama

Il vento tra i capelli tuoi corvini

Nessun dilemma che te li rovini

Buongiorno e buonanotte son finiti

È il tempo dei tuoi baci, quelli arditi. 

 

Il lato romantico del gettone telefonico.

Pieni anni ’80. Al tempo vivevo con i miei nonni materni nella loro casina in campagna nei pressi di una frazione del comune di Locri. Frequentavo la scuola media e ciò per me significava dovermi svegliare alle 6,30, lavarmi, vestirmi, fare colazione e raggiungere la piazzetta della frazione distante un quarto d’ora di cammino per prendere l’autobus di linea che mi portava in centro. Tutte le mattine. Ma allora era tutt’altro che un sacrificio. Frequentare la scuola media negli anni ’80 (e nella mia zona) era il primo passo verso la prima innocente indipendenza. Dal momento in cui lasciavo la casa dei miei nonni fino a quando ci facevo ritorno (circa le 14) ero “libero”. Stavo alla grande coi nonnini ma la campagna ad un pre-adolescente iniziava a stare stretta. Nella cittadina c’erano amicizie, bar, giochi e tutto ruotava intorno alla scuola.

E c’erano le prime ragazzine che turbavano il mio cuore. 

Lei frequentava la mia stessa scuola media, avevamo la stessa età ma non frequentavamo la stessa classe: entrambi lo stesso anno ma in due sezioni diverse. I primi incontri nei corridoi, i primi scambi di sguardi, i “ciao” sui gradini della scuola all’uscita. Avevamo a disposizione pochi, pochissimi attimi ogni giorno: lei era di Locri ed all’uscita c’era sempre uno dei suoi genitori ad aspettarla. Comunicare a quel tempo “in remoto” era tutt’altro che facile come lo è oggi. Esisteva solo il telefono. Quello fisso, quello in casa, quello nella stessa casa dei genitori. Di lei. Sì perché i miei nonni allora non avevano neanche quello (ed in ogni caso non lo avrei utilizzato per questioni di privacy). Nella piazzetta della frazione c’era però l’unica cabina telefonica nel raggio di chilometri. Così io e lei decidemmo che avremmo rischiato.

Rischiato non descrive neanche lontanamente le sensazioni che provavo a quel tempo. Avevamo concordato un’ora precisa nel tardo pomeriggio: io avrei telefonato e lei avrebbe fatto di tutto per essere la prima in casa a sollevare la cornetta. I suoi a quell’ora di solito non c’erano ma viveva anche con i due fratelli. Così, per settimane, un giorno sì ed un giorno no, dovevo trovare una scusa per uscire di casa (o una per abbandonare anzitempo gli amici), raggiungere la piazzetta della frazione, sperare che nessuno mi notasse – ma a chi diavolo telefona così spesso il nipote di Filippo? – inserire il gettone nella fessura in alto, sollevare la cornetta e far ruotare il disco cinque volte col cuore che poi batteva a mille per la paura di sentire dall’altro capo la voce del padre o di uno dei fratelli di lei.

Diamine, ricordo ancora il numero – tlick, tr..trr, tr..tr, tr..trrr,tr..trrrrrrr, x : tuuuuu, tuuuu, pronto? –

Che bello che era quando rispondeva lei. Il cuore si calmava dalla paura e prendeva a riagitarsi per l’emozione. E parlavamo, e chissà cosa ci dicevamo (di questo non ho proprio memoria).

In questo momento sto immaginando un lettore random che non ha vissuto quell’epoca. – Voi mettere il cellulare e la sua comodità? – No, non lo farei mai. Sono iper tecnologico. Ma quanto era bello affrontare la pioggia, il vento, il buio, il freddo armato solamente di gettone telefonico e passione? Era magnifico. Quella cabina telefonica era una sorta di distaccamento della mia stanzetta ormai. Di lei conoscevo ogni graffio, ogni angolo, ogni odore. Capivo istantaneamente se qualcuno l’aveva usata dalla mia ultima visita. Quella cabina era un tetto, un luogo tutto mio e di chi avrei voluto raggiungere attraverso la cornetta, il disco ed un semplice gettone. 

Quella cabina mi ha regalato così tante emozioni che mai nessuno smartphone riuscirà minimamente ad avvicinare. Lei, insieme con il mio fedele compagno di allora: il gettone telefonico. 

P.s. Grazie al mio amico Peppe Laganà che mi ha riportato indietro nel tempo con un suo post su facebook!

 

Fading

In contatto.

Costretti dalle situazioni e dalle logiche sociali come fossero comandamenti assoluti.

Il tempo continua a scorrere.

È un bene – dicono alcuni – che ciò avvenga: significa essere vivi. Ne siamo sicuri? È il contatto a rendere vivi. Il contatto fisico, null’altro.

Il tempo continua a scorrere.

È forse la chiave di volta? Il tempo che tutto regge. Il tempo che cura le ferite. Il tempo che divora a morsi le sensazioni.

Fisso quel quadro.

Mi sono accorto che, nonostante io l’abbia davanti agli occhi da anni, non lo avevo mai osservato con cura ed attenzione. Quello che si guarda merita sempre cura ed attenzione.

Ascolto Sherlock parlare di teiere ma non presto attenzione alle sue parole. Io sono concentrato sul quadro.

Lei mi attende.

 

Rispetta se vuoi essere rispettato

Il rispetto è uno dei valori sociali più alti. Lo è per il sottoscritto e dovrebbe esserlo per tutti. Il rispetto è difficile da definire a parole: esso si percepisce quando c’è da e verso di noi. Ad esempio una persona che mette a repentaglio la propria vita per salvarne un’altra merita il mio rispetto (e la mia ammirazione); uno sconosciuto che mi aiuta quando mi trovo in un momento di bisgono lontano da casa merita il mio rispetto (e la mia gratitudine). Ma il rispetto non lo si trova e non lo si vede solo negli scambi diretti, siano essi pratici od emozionali. Rispetto molte persone che non conosco direttamente: la loro fama spesso li precede. I loro atti sono degni di rispetto, le loro parole sono degne di rispetto.

Da molto tempo questo alto valore si è però miscelato con la paura e con il bisogno. Da qui sono nati il “rispetto” per il mafioso locale, il “rispetto” per le forze dell’ordine, il “rispetto” per il datore di lavoro.

Cosa vorresti fare? Non concedere il tuo rispetto a questi soggetti? Almeno quello finto, solo superficiale, deve esserci. Pena un sa co di guai. Il rispetto si è quindi deprezzato, si è corroso. Il vero rispetto è ormai segretamente celato nei cuori delle persone comuni.

Ed è per questo che nella società odierna non c’è più rispetto per una saggia persona anziana ma si rispetta il riccone del paese, un mafioso merita più rispetto di un padre di famiglia che lavora duramente ogni giorno per i suoi cari.

Il mio rispetto fino all’inchino è per le persone di buona coscienza, i saggi, gli illuminati, i fantasiosi, i creativi, i rivoluzionari, i poeti, gli artisti, gli anticonformisti.

Il mio rispetto NON è per i corrotti, i presuntuosi, gli arrivisti, i politici, i delinquenti, i falsi, gli sfruttatori del bisogno altrui ed i mezzi uomini.

E tu, tu che mi leggi, tu in particolare rientri in quasi tutte le ultime categorie. Io lo so, tu lo sai, la tua coscienza lo sa.